Murgia sconfitta in tribunale ma continua a pontificare in tv

Michela Murgia, la Greta Thunberg della letteratura italiana, la regina del Tua culpa, la rivoluzionaria della messa all’indice, del giustizialismo social, è stata condannata da un tribunale

Michela Murgia, la Greta Thunberg della letteratura italiana, la regina del Tua culpa, la rivoluzionaria della messa all’indice, del giustizialismo social, della difesa di tutto quel che le occorre per poter attaccare qualcuno, è stata condannata da un tribunale. No, non come Strega (intendiamo il Premio, anzi «la Premia», per rispettare la sua battaglia oggi rivolta all’uso del femminile assoluto). La pasionaria della televisione italiana, sempre imbronciata, continua a predicare allo specchio: qualunque polemica lei si batte per diventare una Saviana. La sua missione è essere critica per essere visibile, la sua posizione è quella di mitragliatrice di banalità sinistrate. La mitragliatrice può usarla solo Lei, come ha confessato inconsapevolmente a Di Martedì da Floris accusando il Generale Figliuolo: «Da un uomo che viene da un contesto militare non ci si può che aspettare un linguaggio di guerra. A me personalmente spaventa avere un commissario che gira con la divisa, non ho mai subito il fascino della divisa». Tranne la sua: tra Rosa Luxemburg e Che Guevara in scialle e babbucce che, in barba ai suoi lettori, sottace di essere stata condannata. Perché la «difenditrice» dei poveri è stata condannata in appello, da lei richiesto, per non aver onorato il suo contratto con una casa editrice sarda. Proprio lei che dell’essere sarda ha fatto il proprio manifesto, candidandosi anche alle Regionali, e la propria fortuna esordendo con il romanzo Accabbadora che le ha dato notorietà prima di darsi al pamphlettismo, sul fascismo e sulla parità di genere nell’alfabeto, pare aver dimenticato a casa, in Sardegna, l’Abc del suo stesso predicare.

Dopo la sentenza di primo grado del Tribunale Civile di Nuoro del febbraio 2019, la Corte d’Appello di Sassari ha respinto il ricorso presentato da Michela Murgia in relazione alla vicenda incentrata sull’inadempienza contrattuale nei confronti della casa editrice sarda Il Maestrale. Secondo il Giudice, Michela Murgia aveva omesso di portare a termine e pubblicare il romanzo Spirito di Corpo, nonostante fosse già stato prenotato nelle librerie e pubblicizzato durante il Salone del libro di Torino nel 2011. Dopo essere stata condannata a pagare 18mila euro più interessi e spese legali (circa 23mila euro), la scrittrice aveva presentato ricorso in appello. E a Sassari, la Corte presieduta da Maria Teresa Spanu ha appena confermato la sentenza di primo grado condannando Michela Murgia. Qualche accenno di scuse da parte della scrittrice? Nessuno. Qualche giornale ne ha parlato? Nessuno. Mentre Michela Murgia continua a parlare di razzismo, di divieti di sbarco fascisti, perché dimenticarsi della propria condanna? Perché non dire nulla? Perché non difendere la Sardegna, terra da lei tanto amata, e non aiutare un piccolo editore che ha avuto il merito di scoprirla? Speriamo che oltre in Tribunale si inizi a fare giustizia anche nell’utopico reato di mancata coerenza.

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